Operarsi di cataratta: è necessaria una laurea in farmacologia?

Pochi giorni addietro ho assistito mio suocero che ha dovuto operarsi di cataratta e posto qualche riflessione in merito.

L’ospedale presso cui si è operato è quello di Melegnano (MI), a parte la lunga attesa (convocato per le h 10.30 è stato operato intorno alle h 13.00) l’assistenza mi è parsa adeguata, ma una cosa mi pare migliorabile: la comunicazione della terapia post-operatoria al paziente.

Il paziente viene dimesso con alcuni fogli in cui è indicata la terapia da seguire su uno di questi fogli è indicato il nome del principio attivo e la posologia, un altro foglio, in formato ricetta, riporta invece il nome commerciale e la posologia, un terzo foglio è la classica ricetta stampata in rosso con la prescrizione del SSN di una delle medicine indicate nei due fogli citati, oltre a questi al paziente viene consegnato un quarto foglio, compilato a mano nella consueta criptografia medica, altri foglietti di cartoncino completano la dotazione, si tratta di un tesserino con le specifiche della protesi installata, che i pazienti dovranno portare sempre con sé, e di altro cartoncino con frasi in inglese che non ho fatto in tempo a esaminare.

Ho potuto leggere lo sgomento negli occhi di mio suocero, vedendo l’apparente quantità di colliri e pillole da assumere, analogo allarmato stupore ho colto negli occhi del compagno di camera di mio suocero, ho così cominciato a cercare di spiegare ai due che si trattava solo dello stesso elenco formulato diversamente, ho avuto difficoltà a farmi capire dai due, comunque reduci da un intervento. Mi chiedo e soprattutto chiedo ai responsabili delle procedure dell’ospedale di Melegnano se non sia possibile avere procedure più semplici da comprendere, tenendo conto che i pazienti che subiscono tale operazione:

1) non è detto abbiano una formazione medico-scientifica in grado di cogliere l’identità dei due elenchi di medicinali e relative pososlogie,

2) sono comunque soggetti “deboli” in quanto reduci da una operazione che se pur non grave comporta comunque stress,

3) sono generalmente soggetti di età avanzata,

4) in numero sempre maggiore a tale intervento accedono cittadini stranieri che, anche se da molti anni soggiornanti in Italia, non hanno buona padronanza della lingua in particolare scritta.

L’ultima considerazione la riservo ai farmacisti con alcuni dei quali ho dovuto insistere perché cercassero tra i loro medicinali non solo sotto il nome del farmaco generico (nella fattispecie la cefalexina monoidrato), ma anche sotto “Ceporex” il nome commerciale più conosciuto, altrimenti sarei uscito senza il farmaco anche dalla terza farmacia.

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Sempre a casa mia, sempre fuori posto.
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