Dalla ritirata di Russia

Ho amato il mio
cavallo,

con lui ho
diviso l’acqua,

con lui il pane
e le rape,

abbiamo diviso
la coperta

e poi la poca
paglia,

gorgogliavano i
nostri stomaci,

vuoti, troppo a
lungo vuoti,

poi venne la
neve,

poi venne il
vento,

raschiavo la
corteccia dei gelsi,

per succhiarne
le fibre, entrambi,

acquose,
dolciastre per un poco,

poi si fece
l’inverno vero,

ci dividemmo un
ratto,

abbrustolito un
poco

ad un fuoco di
canne.

Avrei voluto
liberarlo,

ma lui testardo
mi veniva dietro,

mi sostenne a
volte,

con la sua
grande testa pesante,

io avrei voluto
dimenticare,

il paese, la
moglie, il padre,

dimenticare le
dita gelate,

lasciarmi
andare, seduto,

sarei stato in
poco un covone,

dimenticato,
coperto di neve,

sarei tornato
alla terra,

mangiato dalle
formiche

in essa mi
sarei sperso…

Ma dovevo
dargli la strada.

 

Ora il treno mi
aspetta,

ma lui non
potrà salire,

il treno mi
porterà a Odessa

e poi da lì il
vapore…

Intanto lo
hanno impastoiato,

mentre io salgo
la scaletta,

lo vedo
camminare incerto,

si volta un
momento,

non alza la
testa,

mi sento
morire,

si volge lento,
lo vedo,

confuso,
muovere mezzi passi,

in tondo, io
salgo,

senza più
sentire niente,

mi chiedono
qualcosa,

ma non sento,

sono
sprofondato,

sprofondato
dentro.

 

Milano 6 Marzo 2009

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Sempre a casa mia, sempre fuori posto.
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